Il Puglia Pride visto da dietro

Ieri a Foggia si è fatta la storia. Un hashtag troppo bello #FuggiaFoggia e amore come se piovesse. Siamo arrivati poco prima dell’inizio e l’atmosfera era bellissima. Non sono uno che fa battaglie. Non ero il rappresentante d’istituto che si informava sulla riforma della scuola e guidava le masse. Non ero ancora fico a diciottanni come lui con il suo megafono (10, 100, 1000 occupazioni). Se c’era l’occupazione ero il responsabile del gruppo fantacalcio. Un gruppo molto seguito. Solo uomini purtroppo.

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Ieri c’erano uomini, donne, bambini, colori, cuori e un gran bel simbolo. Quello dell’uguale. Uno dei simboli più antichi. Due linee della stessa lunghezza, perché non ci sono due cose uguali tra loro più di due rette parallele.

Lo stesso amore. Lo stesso.

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Siamo partiti da piazza Italia e già all’altezza dell’isola pedonale mi sentivo in un acquario. Un acquario rumoroso e festoso. Intorno i curiosi che guardavano l’acquario armati di smarpthone o reflex improvvisate comprate al Lidl. Io che cercavo invano di lanciare il mio Periscope ma la Wind a Foggia prende come il wifi allo Zaccheria. Le facce erano assurde. Incredulità, sorrisi ed espressioni che volevano dire “ma guarda sti quattro…”.

Arrivati a piazza XX settembre le facce intorno all’acquario hanno cambiato espressione. Avevano voglia di entrare nel corteo a far festa con noi. Tipo in Rocky IV quando i russi cominciano a tifare per lo stallone italiano. All’altezza della chiesa con le colonne si rompe il carro, scoppia il radiatore. Sarà stato qualche cattotalebano, una sentinella in piedi o l’ardore del controcorteo da 4 partecipanti. Sta di fatto che tutti insieme prendono e spingono il cuore oltre l’ostacolo e il carro per tutto il resto della parata.

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Sulle note di Let the sunshine e Mama mia arriviamo al Teatro Giordano.

Io ho avuto i brividi lungo tutto questo piccolo viaggio di amore. Dicevano che Foggia non era pronta. Foggia ha risposto e questo è uno dei motivi per cui sono tornato. Perché la speranza c’è ancora. Perché si deve crescere. È troppo presto ancora per parlare di famiglia in una città e in una regione in cui vieni picchiato o deriso se sei gay. Sì anche deriso. Basta una parola o una parola non detta per fare del male, per segnare la vita di una persona. [ecko_contrast]Ieri Anna e Giulia o Marco e Fabrizio si sono dati la mano e hanno camminato e ballato insieme a tutti. A testa alta. Riesci a immaginare la gioia che hanno provato?
Come due amanti che sono costretti a vedersi sempre di nascosto e un giorno, almeno un giorno, possono uscire mano nella mano e vivere la loro storia d’amore (molto più vera di molte sancite dallo scambio di un anello).[/ecko_contrast]

Siamo ancora ai primi passi ma ieri di passi ne abbiamo fatti almeno 100 mila. Tutti insieme.

L’amore è una cosa semplice. L’amore è di tutti.


Foto (stupende!) di Monica Carbosiero (qui la sua pagina fb Monica Carbosiero Ph)